In sintesi
Il coaching strategico viene contestato con quattro argomenti: che derivi dalla psicologia, che lavori sul problema invece che sul potenziale, che sia troppo direttivo, che sfiori la psicoterapia. Sono obiezioni serie e meritano una risposta puntuale.
La norma UNI 11601, al punto 3.7, ammette esplicitamente l’esistenza di più modelli di coaching e riconosce al coach la libertà di scegliere quello più efficace. Le scuole che si dichiarano “pure” attingono anche loro alla psicologia. La maieutica socratica, nei dialoghi di Platone, è fatta di domande costruite in sequenza, non neutrali. E il confine con la psicoterapia si tiene con la deontologia e con l’invio, non con l’etichetta del metodo.
Ma il punto vero è un altro: questa è una discussione che si chiude guardando una sessione, non leggendo un articolo. Le nostre sono pubbliche e intere, in fondo alla pagina.
Perché rispondiamo invece di lasciar correre
Chi sta scegliendo una scuola di coaching, o un modello da portare in azienda, prima o poi incontra qualcuno che dice che il coaching strategico non è coaching. È una critica che circola da anni, in articoli seri e in discussioni fra professionisti, e chi la fa spesso ci crede davvero.
Lasciarla senza risposta sarebbe comodo e poco onesto. Quindi la prendiamo per intero, obiezione per obiezione, con quello che si può verificare: la logica dell’argomento, il testo delle norme, e le sessioni che chiunque può guardare. Alla fine trovi anche l’elenco di quello che il nostro modello non è, perché una risposta credibile deve poter dire anche dove l’obiezione coglie qualcosa.
1. “Non è coaching, perché deriva dalla psicologia”
Il modello strategico nasce dalla scuola di Palo Alto, da Watzlawick e da Giorgio Nardone: è psicologia applicata, non coaching. Il coaching vero è quello di Gallwey e Whitmore.
La verifica
L’argomento si rovescia da solo appena si guarda cosa insegnano le scuole che si definiscono pure:
- l’intelligenza emotiva divulgata da Daniel Goleman, che è uno psicologo;
- la psicologia positiva di Martin Seligman, che lo dichiara nel nome;
- l’autoefficacia di Albert Bandura, psicologo;
- l’Inner Game di Gallwey, che è psicologia della performance.
Sostenere che attingere alla psicologia squalifichi un modello, mentre gli altri lo fanno liberamente, è una contraddizione logica. Il coaching non è un marchio registrato: è una professione viva, e la norma tecnica lo mette per iscritto.
La UNI 11601 riconosce l’esistenza di molteplici modelli di coaching e la libertà del coach di scegliere lo schema di riferimento più efficace per condurre il processo.
UNI 11601, punto 3.7
2. “Lavora sul problema, non sul potenziale”
Il problem solving strategico parte da un blocco da rimuovere. Il coaching professionale parte da una risorsa da liberare: sono due presupposti opposti.
La verifica
È una dicotomia che non regge alla prima persona reale che ti siedi davanti. Un manager con competenze straordinarie si blocca ogni volta che deve parlare in pubblico: quel blocco è un deficit, o è esattamente la cosa che tiene il suo potenziale in prigione?
Nel modello strategico problema e obiettivo sono i due binari della stessa rotaia. Togliere di mezzo quello che ostacola la prestazione, cioè le tentate soluzioni che peggiorano le cose invece di risolverle, e liberare il potenziale non sono due operazioni: sono la stessa medaglia vista da due lati.
E il modello non si usa solo dove c’è un limite da sciogliere. Si usa quotidianamente con atleti di alto livello, executive e leader che partono da una prestazione già buona e vogliono portarla a eccellente.
3. “È troppo direttivo, e tradisce la maieutica”
Il coach deve fare domande aperte e restare neutrale, lasciando che sia il cliente a trovare la propria strada. Un approccio semi-direttivo, che ristruttura e prescrive, fa un’altra cosa.
La verifica
Chi porta la maieutica socratica come bandiera della non-direttività ha in mente un Socrate che nei dialoghi non c’è. Le domande di Socrate non sono mai casuali né neutre: sono costruite in sequenza, con precisione millimetrica, per portare l’interlocutore a vedere da sé quello che da solo non vedeva. La maieutica è una scoperta guidata. Il dialogo strategico fa esattamente questo: non cala contenuti dall’alto, conduce attraverso domande e ristrutturazioni fino a una scoperta che resta del cliente.
Poi c’è il punto che nessuno può aggirare, ed è di mezzo secolo fa.
È impossibile non influenzare. È dunque assurdo chiedersi come evitare l’influenza. Ci rimane solo da decidere come questa legge fondamentale della comunicazione possa essere usata nel modo più responsabile ed efficace.
Paul Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, 1977
La neutralità assoluta non esiste: esiste l’influenza dichiarata e quella inconsapevole. Il metro che conta non è quanto il coach sia neutrale, ma quanto in fretta il cliente diventa autonomo. Un percorso strategico si chiude mediamente in sei sessioni, e restituisce le chiavi senza costruire dipendenze lunghe.
Questa però è la sola obiezione delle quattro che non si chiude con un ragionamento, perché parla di cosa accade dentro una stanza. Si chiude guardando la stanza: chi decide l’obiettivo, da chi arrivano le soluzioni, di chi è la responsabilità alla fine. In fondo alla pagina ci sono nove sessioni intere, con i feedback. Guarda e giudica.
4. “Sconfina nella psicoterapia”
Lavorando su resistenze al cambiamento e blocchi, il coaching strategico rischia di entrare in un territorio clinico che non gli appartiene.
La verifica
Il confine fra coaching e psicoterapia è sacro, e non lo tiene l’etichetta del metodo: lo tiene il coach, sessione per sessione. Per questo siamo stati fra i primi in Italia a lavorare apertamente con psicoterapeuti, proprio per tracciare quella linea invece di lasciarla vaga.
Un coach ben formato riconosce quando la domanda che ha davanti supera i confini del coaching, e fa un invio pulito a un altro professionista. Questa non è una dichiarazione di principio: è una competenza che si insegna e che si osserva. Nei nostri laboratori si guardano casi reali completi, e in quei casi si vede anche come si costruisce il patto di coaching e come si fa un invio con eleganza, cioè senza far sentire sbagliata la persona che si ha davanti.
Sul quadro normativo, in ordine e senza sigle buttate lì:
| Cosa | Dove siamo |
|---|---|
| Legge 4/2013 | Il coaching è una professione non organizzata in ordini. I nostri percorsi operano dentro questa cornice. |
| UNI 11601 | La norma tecnica del servizio di coaching. FYM è stata fra le prime realtà in Italia a far certificare i propri servizi di coaching da un ente terzo indipendente. |
| AICP | Il nostro corso è nell’elenco pubblico dei corsi riconosciuti dall’associazione. |
| EMCC Italia | Siamo fra le scuole iscritte. |
| ICF | Non eroghiamo un programma accreditato ICF, e lo diciamo. Chi vuole una credenziale ICF può presentare domanda attraverso il percorso a portfolio. |
Cosa il coaching strategico non è
Una risposta credibile deve dire anche dove finisce. Quindi, per chiudere il cerchio:
- Non è neutrale, e non lo pretende. Il coach conduce il dialogo. Se cerchi un professionista che si limiti ad ascoltare e rimandare la palla, questo modello non fa per te, ed è meglio saperlo prima.
- Non è terapia, e quando la domanda diventa clinica il percorso si ferma e si invia.
- Non è per tutti i formatori. Richiede protocolli, supervisione e la disponibilità a farsi guardare mentre lavori. È la parte che scoraggia di più, ed è anche quella che serve.
- Non è una scorciatoia. Sei sessioni medie non vogliono dire sei sessioni facili.
Fatti, non opinioni
Al cliente che vuole raggiungere un obiettivo, e all’azienda che mette soldi in un percorso di coaching, non interessa la disputa sulla terminologia. Interessa che il metodo funzioni, che sia etico, che generi autonomia e che produca risultati che si possono vedere.
Perciò il consiglio che diamo è sempre lo stesso, e vale anche contro di noi: non credere alle narrazioni, guarda le sessioni. Di chiunque. Se una scuola non te ne fa vedere nemmeno una intera, la domanda da farsi è perché.
Sul nostro canale trovi percorsi reali, interi e con i feedback: un percorso di business coaching in quattro sessioni e uno di personal coaching in cinque. Non estratti, non simulazioni: dalla prima sessione all’ultima, con clienti reali esterni alla scuola.
Se invece vuoi vedere come si lavora dal vivo, c’è la Coaching Week: una settimana in cui apriamo le porte della Scuola e puoi assistere alle sessioni e ai laboratori, e capire con i tuoi occhi se questo approccio fa per te.
La narrazione del coaching non è il coaching.
Domande frequenti
- Il coaching strategico è riconosciuto in Italia?
- Il coaching rientra nella Legge 4/2013 sulle professioni non organizzate e ha una norma tecnica, la UNI 11601, che al punto 3.7 riconosce l’esistenza di più modelli. Il corso della Scuola di Coaching Strategico FYM è nell’elenco pubblico dei corsi riconosciuti da AICP.
- Che differenza c’è fra coaching strategico e coaching tradizionale?
- Il coach strategico conduce il dialogo in modo semi-direttivo, lavorando sulle tentate soluzioni che mantengono il problema; l’approccio non direttivo si affida a domande aperte e alla neutralità del coach. In entrambi i casi la responsabilità delle scelte resta del cliente: cambia quanto il professionista interviene sulla struttura della conversazione.
- Il coaching strategico è psicoterapia?
- No. Nasce dalla stessa tradizione della terapia breve strategica, ma lavora su obiettivi e prestazioni, non su quadri clinici. Quando la domanda del cliente supera i confini del coaching, il coach interrompe e invia a un altro professionista.
- Quante sessioni dura un percorso?
- Mediamente sei. L’obiettivo dichiarato è l’autonomia del cliente nel minor tempo possibile, non la durata del rapporto.
- Posso vedere una sessione prima di decidere?
- Sì. Ci sono percorsi interi pubblicati sul canale YouTube di FYM, con i feedback, e c’è la Coaching Week per assistere dal vivo.






