Per diventare Coach devi mangiare 4 fette di torta

Quattro passaggi essenziali per diventare Coach professionista

Molti sostengono che oggi sia “facile” diventare coach.
Da un punto di vista logico dovremmo però prima definire cosa intendiamo con la frase “diventare coach”.
Molti pensano che avere un attestato da coach corrisponda al diventare coach.
Per altri, come noi ad esempio, diventare coach vuol dire molto di più: imparare il coaching, specializzarsi almeno in un modello, fare osservazione di pratica di coaching su casi reali, svolgere pratica di coaching in prima persona con una supervisione professionale e implementare il coaching nella propria attività e nella propria vita.
Ad ogni modo la più grande differenza è tra “conoscere il coaching” e “diventare coach professionista”.
Sì, perché l’elemento che più fa la differenza è la ricerca del professionismo a cui puntano tutte le persone che studiano coaching per poi trasformare il coaching nella propria attività principale.
E dal nostro punto di vista, come Scuola di Coaching, per diventare professionisti del coaching bisogna “mangiare 4 fette di torta”.

1 – Letture e studio: 10% della “torta”

La prima “fetta di torta” è costituita dallo studio e dalle letture. Se vuoi diventare un/una professionista devi studiare, devi aver studiato, devi leggere e devi continuare a leggere e studiare a vita per mantenerti in aggiornamento. La letteratura sul coaching è vasta, ma i principali testi di riferimento internazionale e del proprio modello devono essere letti e studiati. Non si scappa. Se un coach ha letto o studiato poco si vede. Lo si vede dai post sui social, dai termini che usa, da quelli che non usa… ecc…
Per questo motivo bisogna avere una buona bibliografia di riferimento che deve essere continuamente arricchita di nuovi testi.

2 – Formazione sul coaching: 20% della “torta”

La seconda “fetta di torta” è rappresentata dalla formazione. La formazione è importante. Come diceva Kurt Lewin: “Nulla è più pratico di una buona teoria“. E noi del modello strategico condividiamo pienamente. Un modello deve ridurre le complessità della realtà operativa e fornire protocolli, tecniche, strumenti, stratagemmi e best practice da mettere in pratica per affrontare determinate categorie logiche d’intervento di coaching. In ogni caso esistono due elementi: regolarità e singolarità. Una buona formazione fornisce istruzioni su come affrontare le “regolarità” ricorrenti in determinate tipologie di casistiche. E la formazione deve prevedere un numero minimo di ore, un alto livello di interazione con i docenti, domande, esercitazioni e riflessioni su casi reali. Un esempio pratico? Nel nostro modello strategico, nei casi di decision making, la best practice da agire in prima sessione è il “divieto di decidere” (ovviamente nei “tempi di sicurezza” del caso). E questo specifico protocollo deve essere oggetto di formazione, di riflessione condivisa, di domande tra corsisti e docenti, fino a diventare un “patrimonio teorico” acquisito del/della coach in formazione. E siccome la formazione a volte richiede tempo e approfondimenti, noi abbiamo deciso di dare la rifrequenza gratuita a vita di tutti i corsi e l’accesso alle video-registrazioni. La teoria deve essere a disposizione in qualsiasi momento di necessità. Almeno secondo noi…

3 – L’osservazione di casi reali di coaching: 30% della “torta”

La terza “fetta”, fondamentale, è l’osservazione di casi reali di coaching che devono essere svolti con clienti veri e che devono essere visionati dalla prima sessione fino all’ultima sessione di chiusura. Mi dispiace dirlo, ma sono troppi i coach che non hanno mai assistito a casi reali interi di coaching con clienti veri… e che quindi non hanno la minima idea di quale possa essere un vero percorso di coaching e i suoi effetti. Nulla vieta di “buttarsi” e di cimentarsi in autonomia… ma senza un esempio concreto, diventa vera e propri improvvisazione. Per questo nella nostra Scuola svolgiamo ben 5 Coaching LAB a settimana ed una media di 15-20 extra Lab a settimana per un totale di oltre 1.000 (sì, hai letto bene, MILLE) ore di pratica registrata, accessibile e supervisionata su casi reali di coaching con clienti veri. In questa mole di pratica, chi si forma può assistere a diverse tipologie di casi di coaching e con diversi livelli di successo. Inoltre, per la propria formazione, è bene vedere non solo la pratica, ma anche la messa in pratica di diversi stili di coaching. Nella nostra Scuola, ad esempio, Monica è la coach “romantica”, Valentina è la coach “elegante”, Alberto è il coach “carismatico”… io sono quello “grezzo”. E vedere diversi stili individuali di coaching, sullo stesso modello e su casi diversi, permette ai corsisti di iniziare a fare l’azione più importante in assoluto per chiunque voglia diventare un professionista del coaching: sviluppare un proprio stile, unico, irripetibile e distintivo. Chi si forma con noi deve assistere ad almeno 60 ore di pratica di coaching su casi reali e aver assistito ad almeno 10 casi reali interi di coaching. Questo è il minimo, secondo noi, per poter avere un’idea del coaching in azione. E questa fetta è il 30% del percorso, in termini di valore formativo (in termini di ore, è molto di più).

4 – La pratica supervisionata su casi reali di coaching: 40% della “torta”

Infine c’è la quarta ed ultima “fetta”, che è la più importante: la pratica in prima persona, su casi reali interi, con supervisione di docenti e tutor. E questa fetta, anche se inferiore in termini di ore rispetto alla precedente, in termini “nutrizionali” rappresenta il 40% del valore didattico. Praticare coaching su casi reali, con clienti veri, dalla prima fino all’ultima sessione, con tutti gli “incidenti” e i doverosi errori di percorso, è il laboratorio in cui ci si trasforma da corsisti a coach professionisti. La “metamorfosi” avviene quando cerchiamo di “fare”, di mettere in pratica ciò che crediamo di sapere… magari scoprendo, anche fastidiosamente, di sapere ma di non saper fare. Ma cadendo si impara a rialzarsi e a camminare meglio la prossima volta. E ricevere feedback sul proprio condurre casi di coaching è una fase essenziale della propria formazione. Ricevere feedback ci fa crescere, ci fortifica, ci rende sicuri… nonostante l’inevitabile incertezza di cui vive il coaching stesso. Per questo motivo chi si forma con noi come coach non ha timore di esporsi, di condurre sessioni di coaching, di mostrare cosa sa fare e di fronteggiare cosa non sa fare con il desiderio di apprendere, anziché con la paura di sbagliare. Fare è il miglior modo per imparare…

Ed ecco qui la “torta” del coaching professionistico…

 

FYM diventare coach 4 fette di torta

E tu?

Quante e quali “fette” hai “mangiato” o “stai mangiando”?

Buon coaching!

Piercarlo

 

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One Comment

  1. Elvira 18 Marzo 2026 alle 22:01Rispondi

    Caro Pier
    é da qualche tempo che penso ad un upgrade del mio percorso, da starter a professional. Ho letto il tuo articolo e sono soddisfatta del primo assaggio della torta (45%) ma, come si dice… mangiando vien la voglia! Non so se “da grande” voglio fare la coach professionista, ma mi sono persuasa che voglio essere una coach preparata anche se mi dovesse capitare di farlo in modo informale. Voglio dare un supporto professionale in tutte le occasioni che mi capitano nella vita, professionale o personale che sia… e poi sono una golosona e l’altro pezzo di torta che, per ora, ho gustato solo pizzicando briciole nel piatto, nel timore di “ingrassare”, ho scoperto che mi piace, risuona e tocca corde sensibili dentro di me. Per questo ho deciso di nutrirmi con la parte più sostanziosa di questo prelibato dolce che è la torta Fym. Quindi il primo piccolo passo che farò verso il mio obiettivo, facendo come se fossi già una coach in grado di supportare le persone a risolvere problemi e/o a raggiungere obiettivi, sarà contattare la Gé!

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